venerdì 15 novembre 2013
mercoledì 13 novembre 2013
S. Biagio della Pagnotta o degli Armeni a Roma
S. Biagio della Pagnotta o degli Armeni
Sezione: Chiese
S. Biagio degli Armeni (S. Biagio della Pagnotta)- Ponte- via Giulia
Costruita anteriormente al X secolo, fu dedicata al vescovo di Sebaste in Armenia, martire intorno al 316, il cui culto è inserito nella liturgia romana come santo protettore delle malattie della gola. Restaurata nel 1072, nel 1730 fu completamente ricostruita da Giovanni Antonio Perfetti che le diede le forme attuali. La facciata, ad un solo ordine, presenta il portale d'ingresso con ai lati quattro pilastri. Sopra il portale si trova una cornice decorata con un affresco raffigurante San Biagio. L'interno, rinnovato da Filippo Navone nel 1832, è a una sola navata: di rilievo un affresco di Angeli in atto di adorare il Sacramento di Pietro da Cortona, ed una Immagine della Madonna delle grazie. Nella chiesa sono custoditi diversi reliquiari, tra i quali il più venerato è quello che contiene un frammento della gola del santo; è, inoltre, custodita un’iscrizione latina del 1072 che ricorda l'anno della ricostruzione della chiesa.
La chiesa è chiamata anche San Biagio della Pagnotta, dall'usanza in vigore dal XVI secolo di distribuire ai fedeli, nel giorno della festa del santo titolare (San Biagio è festeggiato il 3 Febbraio dalla chiesa cattolica ed il 6 febbraio dalle chiese orientali.), piccole pagnotte benedette, efficaci, secondo la tradizione, contro tante specie di mali. E' chiesa nazionale degli Armeni.
San Biagio, o San Biagio di Sebaste (III secolo – Sebaste, 316), è stato un vescovo e santo armeno.
Vissuto tra il III e il IV secolo a Sebaste in Armenia (Asia Minore) è venerato come santo dalla Chiesa cattolica e dalla Chiesa ortodossa.
Era medico e venne nominato vescovo della sua città. A causa della sua fede venne imprigionato dai Romani, durante il processo rifiutò di rinnegare la fede cristiana; per punizione fu straziato con i pettini di ferro, che si usano per cardare la lana. Morì decapitato.
San Biagio muore martire tre anni dopo la concessione della libertà di culto nell'Impero Romano (313). Una motivazione plausibile sul suo martirio può essere trovata nel dissidio tra Costantino I e Licinio, i due imperatori-cognati (314), che portò a persecuzioni locali, con distruzione di chiese, condanne ai lavori forzati per i cristiani e condanne a morte per i vescovi.
Sezione: Chiese
S. Biagio degli Armeni (S. Biagio della Pagnotta)- Ponte- via Giulia
Costruita anteriormente al X secolo, fu dedicata al vescovo di Sebaste in Armenia, martire intorno al 316, il cui culto è inserito nella liturgia romana come santo protettore delle malattie della gola. Restaurata nel 1072, nel 1730 fu completamente ricostruita da Giovanni Antonio Perfetti che le diede le forme attuali. La facciata, ad un solo ordine, presenta il portale d'ingresso con ai lati quattro pilastri. Sopra il portale si trova una cornice decorata con un affresco raffigurante San Biagio. L'interno, rinnovato da Filippo Navone nel 1832, è a una sola navata: di rilievo un affresco di Angeli in atto di adorare il Sacramento di Pietro da Cortona, ed una Immagine della Madonna delle grazie. Nella chiesa sono custoditi diversi reliquiari, tra i quali il più venerato è quello che contiene un frammento della gola del santo; è, inoltre, custodita un’iscrizione latina del 1072 che ricorda l'anno della ricostruzione della chiesa.
La chiesa è chiamata anche San Biagio della Pagnotta, dall'usanza in vigore dal XVI secolo di distribuire ai fedeli, nel giorno della festa del santo titolare (San Biagio è festeggiato il 3 Febbraio dalla chiesa cattolica ed il 6 febbraio dalle chiese orientali.), piccole pagnotte benedette, efficaci, secondo la tradizione, contro tante specie di mali. E' chiesa nazionale degli Armeni.
San Biagio, o San Biagio di Sebaste (III secolo – Sebaste, 316), è stato un vescovo e santo armeno.
Vissuto tra il III e il IV secolo a Sebaste in Armenia (Asia Minore) è venerato come santo dalla Chiesa cattolica e dalla Chiesa ortodossa.
Era medico e venne nominato vescovo della sua città. A causa della sua fede venne imprigionato dai Romani, durante il processo rifiutò di rinnegare la fede cristiana; per punizione fu straziato con i pettini di ferro, che si usano per cardare la lana. Morì decapitato.
San Biagio muore martire tre anni dopo la concessione della libertà di culto nell'Impero Romano (313). Una motivazione plausibile sul suo martirio può essere trovata nel dissidio tra Costantino I e Licinio, i due imperatori-cognati (314), che portò a persecuzioni locali, con distruzione di chiese, condanne ai lavori forzati per i cristiani e condanne a morte per i vescovi.
lunedì 11 novembre 2013
Chiesa di San Bartolomeo degli Armeni a Genova
Chiesa di San Bartolomeo degli Armeni
Sezione: Chiese
Proseguendo nella srada (si fa per dire) dell'acquedotto ormai coperto da tonnellate di palazzi
ed asfalto si incontra una tra i tanti capolavori di Genova e non sufficientemente conosciute: La Chiesa di San Bartolomeo degli Armeni
si trova nella piazza San Bartolomeo degli Armeni a Genova ma per evitare di sfogliare il tutto
città è pochi metri prima dell'ingresso dell'ospedale Evangelico in corso Armellini lato mare.
La chiesa fu fondata nel 1308 da alcuni monaci Basiliani provenienti
dalla Montagna Nera (Armenia meridionale), invasa dai Turchi.
Dell'edificio originario - probabilmente a pianta centrale - è rimasta
la parte absidale, con la cupola e la cappella sinistra della testata;
quella di destra, dedicata a San Pantaleo, fu distrutta nel 1883, quando
fu costruito il palazzo che chiude da due lati (facciata e fianco
destro) San Bartolomeo.
Il tempio venne notevolmente trasformato nel 1595, quando fu allungato, aggiungendo all'abside un'ampia navata unica, che risulta molto più alta della costruzione primitiva; passato nel 1650 ai Barnabiti, che la officiano tuttora, fu nuovamente ristrutturato nel 1775.
La storia della chiesa è strettamente legata alle vicende della reliquia
del Santo Volto di Edessa: un lino dipinto a tempera raffigurante il
Cristo, che il doge di Genova Leonardo Montaldo ricevette
dall'imperatore di Costantinopoli e donò ai monaci dl San Bartolomeo nel
1388. Inserito in una preziosa cornice in filigrana d'oro e d'argento -
capolavoro dell'oreficeria bizantina - viene esposto durante la
settimana successiva alla domenica di Pentecoste.
Ricco il corredo decorativo, in gran parte legato alla sacra reliquia. Tra gli affreschi: Gesù consegna ad Anania le sue impronte, di Giovanni Battista Paggi (XVI secolo) sulla volta del vestibolo; Storie del Santo Sudario di Orazio De Ferrari, G.B. Paggi e Giulio Benso nella controfacciata e sulla parete laterale destra; notevolissimo, sulla volta, il Martirio di San Bartolomeo di Lazzaro Tavarone (1596).
Tra i quadri spiccano un'Annunciazione di G.B. Paggi, il Miracolo del cieco di Gerico di Orazio De Ferrari e il ritratto del Beato Alessandro Sauli di Giacomo Boni (1745). Sull'altare maggiore, stupendo trittico di Turino Vanni (1415) con Madonna e santi e Storie di San Bartolomeo nella predella; alle pareti del presbiterio, Resurrezione (1559) e Ascensione (1561), tavole di Luca Cambiaso, e Angeli di Domenico Piola. Da segnalare ancora due crocifissi, quello ligneo di Anton Maria Maragliano e il grande Crocifisso ligneo barocco dell'abside.
Alla chiesa primitiva appartengono gli affreschi quattrocenteschi posti nel vestibolo della sagrestia, con Storie della Passione, Crocifissione, Evangelisti e Dottori della Chiesa.
Nella Chiesa sono custoditi il Mandylion (chiamato a Genova "Santo Mandillo", anche se la sua originalità è ancora fonte di discussione tra gli studiosi) e la reliquia del piede di San Bartolomeo.




Lapide del 1468, preghiera davanti al Santo
http://www.acquedottogenova.altervista.org/125-link%20chiesa%20sb%20degli%20armeni.htm
LUOGHI D’ARTE
Tra i numerosi tesori posseduti
dalla città di Genova, ignoti o trascurati
dai suoi stessi abitanti, il più prezioso
è l’antichissima immagine del Volto di
Cristo, il “Santo Mandillo”, custodito
nella chiesa di San Bartolomeo degli
Armeni dal secolo XIV. Davanti a questa
effigie pregò la Chiesa ancora indivisa.
Il Santo Mandillo
nella Chiesa di San Bartolomeo
degli Armeni
di Paolo Giardelli
Sezione: Chiese
Proseguendo nella srada (si fa per dire) dell'acquedotto ormai coperto da tonnellate di palazzi
ed asfalto si incontra una tra i tanti capolavori di Genova e non sufficientemente conosciute: La Chiesa di San Bartolomeo degli Armeni
si trova nella piazza San Bartolomeo degli Armeni a Genova ma per evitare di sfogliare il tutto
città è pochi metri prima dell'ingresso dell'ospedale Evangelico in corso Armellini lato mare.
La chiesa fu fondata nel 1308 da alcuni monaci Basiliani provenienti
dalla Montagna Nera (Armenia meridionale), invasa dai Turchi.
Dell'edificio originario - probabilmente a pianta centrale - è rimasta
la parte absidale, con la cupola e la cappella sinistra della testata;
quella di destra, dedicata a San Pantaleo, fu distrutta nel 1883, quando
fu costruito il palazzo che chiude da due lati (facciata e fianco
destro) San Bartolomeo.Il tempio venne notevolmente trasformato nel 1595, quando fu allungato, aggiungendo all'abside un'ampia navata unica, che risulta molto più alta della costruzione primitiva; passato nel 1650 ai Barnabiti, che la officiano tuttora, fu nuovamente ristrutturato nel 1775.
La storia della chiesa è strettamente legata alle vicende della reliquia
del Santo Volto di Edessa: un lino dipinto a tempera raffigurante il
Cristo, che il doge di Genova Leonardo Montaldo ricevette
dall'imperatore di Costantinopoli e donò ai monaci dl San Bartolomeo nel
1388. Inserito in una preziosa cornice in filigrana d'oro e d'argento -
capolavoro dell'oreficeria bizantina - viene esposto durante la
settimana successiva alla domenica di Pentecoste.Ricco il corredo decorativo, in gran parte legato alla sacra reliquia. Tra gli affreschi: Gesù consegna ad Anania le sue impronte, di Giovanni Battista Paggi (XVI secolo) sulla volta del vestibolo; Storie del Santo Sudario di Orazio De Ferrari, G.B. Paggi e Giulio Benso nella controfacciata e sulla parete laterale destra; notevolissimo, sulla volta, il Martirio di San Bartolomeo di Lazzaro Tavarone (1596).
Tra i quadri spiccano un'Annunciazione di G.B. Paggi, il Miracolo del cieco di Gerico di Orazio De Ferrari e il ritratto del Beato Alessandro Sauli di Giacomo Boni (1745). Sull'altare maggiore, stupendo trittico di Turino Vanni (1415) con Madonna e santi e Storie di San Bartolomeo nella predella; alle pareti del presbiterio, Resurrezione (1559) e Ascensione (1561), tavole di Luca Cambiaso, e Angeli di Domenico Piola. Da segnalare ancora due crocifissi, quello ligneo di Anton Maria Maragliano e il grande Crocifisso ligneo barocco dell'abside.
Alla chiesa primitiva appartengono gli affreschi quattrocenteschi posti nel vestibolo della sagrestia, con Storie della Passione, Crocifissione, Evangelisti e Dottori della Chiesa.
Nella Chiesa sono custoditi il Mandylion (chiamato a Genova "Santo Mandillo", anche se la sua originalità è ancora fonte di discussione tra gli studiosi) e la reliquia del piede di San Bartolomeo.




Lapide del 1468, preghiera davanti al Santo
http://www.acquedottogenova.altervista.org/125-link%20chiesa%20sb%20degli%20armeni.htm
LUOGHI D’ARTE
Tra i numerosi tesori posseduti
dalla città di Genova, ignoti o trascurati
dai suoi stessi abitanti, il più prezioso
è l’antichissima immagine del Volto di
Cristo, il “Santo Mandillo”, custodito
nella chiesa di San Bartolomeo degli
Armeni dal secolo XIV. Davanti a questa
effigie pregò la Chiesa ancora indivisa.
Il Santo Mandillo
nella Chiesa di San Bartolomeo
degli Armeni
di Paolo Giardelli
mercoledì 6 novembre 2013
San Matteo degli Armeni a Perugia
Sezione: Chiese La chiesa di San Matteo degli Armeni fu edificata a partire dagli anni ’70 del XIII secolo da monaci Armeni dell’ordine dei Basiliani giunti dall’Oriente fino a Perugia, probabilmente per sfuggire alle persecuzioni dei Saraceni. La chiesa, che nel 1310 ottenne l’indulgenza da Clemente V, fu grazie all’attiguo monastero un importante luogo di cultura con uno scriptorium che ha prodotto codici miniati di immenso valore oggi conservati a Roma e a Gerusalemme. Nel 1523 i monaci non ci sono più e si stabilisce che il convento diventi un lazzaretto, uno dei luoghi scelti per seppellire gli appestati.
La chiesa, aperta solo in particolari ricorrenze, conserva preziosi
affreschi recentemente restaurati che testimoniano un circuito di
pellegrini armeni che facendo scalo ad Ancona, si fermavano a Perugia
per raggiungere Roma.La struttura dell’insediamento religioso si rifà a modelli tipici degli insediamenti francescani e non presenta attinenze con l’architettura armena. Un lungo accurato intervento di restauro ha permesso di poter ammirare nuovamente la struttura e gli affreschi: tra questi, San Francesco d’Assisi, San Matteo Apostolo e San Basilio, dipinti da un anonimo artista umbro durante la seconda metà del XIII secolo; la presenza
affiancata di San Francesco e san Matteo, presente anche in uno sportello del trittico Marzolini, potrebbe interpretarsi come testimonianza sempre più stretta tra armenia e francescani.
San Matteo degli Armeni é situata in una delle zone piu’ pittoresche del capoluogo, a poche decine di metri dalle mura medioevali di porta Sant’Angelo, tra due dei piu’ importanti luoghi-simbolo della storia religiosa di Perugia, la chiesa del Tempio di San Michele Arcangelo ed il convento francescano di Monteripido.
Inquadramento Geografico. Il Complesso monumentale
di San Matteo degli Armeni è localizzato nella zona nord-ovest di
Perugia, appena al di fuori delle mura trecentesche in un’area rimasta
ancora in parte a conduzione agricola (in particolare olivi) in
corrispondenza dello scosceso versante a nord della Via Monteripido,
caratterizzata dalla presenza dell’imponente Complesso Francescano. Tale
Convento comprendeva anche la tappa intermedia di San Matteo degli
Armeni. La chiesa fu concessa alla comunità armena nel 1272. Venne
adibita a Lazzaretto nel 1315. Nel 1523 diventa luogo di sepoltura degli
appestati e da qui si deduce che la presenza armena fosse ormai
conclusa. Nel 1541 il complesso diventa bene della Cattedrale di San
Lorenzo. La chiesa verrà riadibita a sede di culto – per la comunità
ortodossa – solo dopo il restauro successivo al terremoto del 1997.
L’analisi storica è stata supportata anche dall’analisi delle mappe
catastali, nonchè da un esame dell’edificio. Il Catasto Chiesa del 1730
circa e quello Gregoriano del 1835/36 sono ambedue rappresentazioni
della situazione del complesso nel periodo in cui era di proprietà della
famiglia Oddi. L’ex canonica, è stata identificata con certezza quale
uccelliera a seguito dei lavori di restauro che hanno messo in luce una
tipologia edilizia contraddistinta da ampie aperture ai lati ornate da
affreschi raffiguranti paesaggi. Di certo il sec. XVII ha coinciso con
l’ultimo periodo di grande prestigio del complesso che trova la sua
massima rappresentazione nella realizzazione, all’interno del parco,
delle fontane barocche di cui oggi rimangono 8 nicchie ed una vasca
centrale, probabilmente adibita a peschiera.
Giardino che copre un'area di circa 4800 mq.
Il complesso di S. Matteo degli Armeni, gioiello poco noto agli stessi perugini, torna a tutti gli effetti a far parte della vita della comunità, e con un ruolo molto importante, anche simbolicamente. Concluso il lungo restauro che aveva preso le mosse nel 2007 per riparare i danni del sisma del 1997, S. Matteo é stato inaugurato 2 luglio 2012 nella sua nuova funzione di biblioteca comunale. Una biblioteca specialistica dedicata ai temi della pace e del confronto tra le religioni, con una sezione che comprende la biblioteca di Aldo Capitini. La raccolta è di proprietà della Fondazione Capitini. A S. Matteo sarà inoltre conservata la bandiera con i colori della pace che il filosofo portò alla prima Marcia Perugia – Assisi, nel 1961.. Una biblioteca, dunque, ma non solo. Il Centro quindi reciterà un ruolo importante all’ interno della candidatura di PerugiAssisi 2019, che in questa vocazione identifica uno dei tratti fondamentali.
IL RESTAURO L’intervento per ospitare il Centro di documentazione ed accoglienza per il dialogo interreligioso e per la pace ha potuto prendere il via una volta terminati, nel 2010, i lavori di consolidamento e restauro. Al piano terra si trova la reception. La zona emeroteca – ristoro è stata dotata di armadi porta borse chiudibili per i visitatori, di scaffali per esporre riviste e quotidiani, di macchinette self service e di tavolini e sedie. Le sale al piano terra sono munite di scaffalature doppie aperte a parete per i libri in libera consultazione, con parete scorrevole anteriore. Il piano terra è dotato di una sala con un’ampia vetrata con vista sul parco. Questo vano ha una sua connotazione architettonica che la contraddistingue dagli altri spazi soprattutto per il pavimento a listoni in rovere (a differenza delle altre stanze pavimentate con cotto ) con asole perimetrali in vetro calpestabili e dotate di una illuminazione al neon a scomparsa che sottolinea le parti basamentali dei pilastri in mattoni della fine del XVII secolo. All’occorrenza, questo spazio si può trasformare in una sala proiezioni o per la presentazione di libri e per attività formative. . Il primo piano è accessibile con una scala in muratura ed un ascensore. Questo piano è riservato allo “studio silenzioso” ovvero ad un numero riservato di fruitori che accedono a testi specialistici catalogati in scaffalature chiuse, parti delle quali sono riservate al Fondo Capitini. Il piano è completato da uffici, sala riunione, biblioteca per libera consultazione e postazioni computerizzate. La Biblioteca è parte integrante del Sistema delle biblioteche del Comune di Perugia, che garantirà un’adeguata dotazione di personale e una base modesta ma certa di risorse economiche, presupposti per lo svolgimento di un servizio al pubblico. La gestione della Biblioteca, alla quale collaboreranno anche la Fondazione centro studi Aldo Capitini e la Tavola della Pace, vedrà anche l’apporto di una Consulta d’indirizzo aperta a tutti gli enti operanti sul territorio.
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